Assaggi: Vagabonda nel Turkestan di Ella Maillart
marzo 4th, 2010 | Published in -> Assaggi, Featured, Fotografia, Letteratura
Ultimamente mi sono perso in Asia Centrale con Ella Maillart e credo che in futuro mi capiterà nuovamente di viaggiare con lei. Il mio primo libro di viaggio scritto da una donna mi ha lasciato con la bocca aperta. E non sono di certo l’unico visto i numerosi altri viaggiatori che si sono messi sulle sue tracce. Sarà che questa donna, oltre a possedere una biografia davvero singolare, ha un coraggio inquantificabile, una libertà d’animo e uno spirito di iniziativa che lascia attoniti.
Ed è proprio quella necessità di scoprire di persona a portarla sola, nel 1932 ad attraversare le repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, vagabonda in un Turkestan che porta sulla pelle i segni delle conquiste comuniste non ancora concluse, e che è testimone delle rivolte e del brigantaggio mussulmano dei “basmaci”. Tashkent, Bukhara, Khiva e mille oasi sperdute e perdute fino al mare d’Aral e indietro fino all’odierno Kazakhstan.
Chi frequenta o ha frequentato i lidi della letteratura di viaggio, o anche chi non lo ha mai fatto, troverà una narrazione particolare, molto asciutta, schietta, senza grandi aperture o digressioni storiche o politiche. La prosa di Ella Maillart non ha infatti il respiro di Terzani o l’occhio scientifico di Maraini. Si avvicina piuttosto alla semplicità di un diario o di una cronaca dove tuttavia le immagini ti arrivano addosso frammentarie, brevi e veloci, continuamente. Le cose importanti sono elusive, dice lei, e non si può far altro che fallire sempre nel tentativo di descriverle decentemente.
Perché Ella Maillart non è una giornalista, non è una scrittrice (e infatti scrivere non le è mai risultato facile) ma una semplice 
(grande) viaggiatrice. Leggendola ti senti sulla pelle la fatica di un viaggio itinerante, la difficoltà di fare provviste appena possibile ma di non appesantire lo zaino, di montare su un cammello per attraversare un deserto a -30 gradi, lo scoramento di chi ha perso l’ultimo passaggio per arrivare a destinazione. I furti e i sorrisi; lo stupore per la diversità, di Ella e di un mondo ormai scomparso, i piccoli gesti di chi, nella miseria, è capace di aiutare e donare tutto se stesso.
Ci racconta di un modo di viaggiare scomparso, lontano idealmente secoli, un’avventura per pochi intrepidi dove la riuscita, o il ritorno, non è mai un fatto scontato. Un libro che appassiona nella sua semplicità, nei suoi scarni dettagli preziosi, quasi da bigino per noi pigri (o sfortunati) che siamo rimasti a casa, viaggiatori solo tra le righe.
La lontananza nello spazio e nel tempo è manifesta e parole e nomi non tradotti ci permettono di volare lontano con la fantasia e per un istante possiamo anche noi vedere chiaramente gli uomini coi loro čugurma e gustare il sapore delle lipioska. Ricordando che il mondo, nonostante tutto, rimarrà sempre un posto più grande di quello che sembra.
” Una ragazza indigena, truccata e con una bocca volgare dai denti sporgenti, beve sola in una cajkana. Accovacciate ai suoi piedi alcune venditrici di berretti vengono quasi soffocate dalla folla che si scosta per far passare un teleg. Il macellaio sbraita, preso d’assalto in mezzo ai suoi pezzi scarlatti di cammello.
Sono tanti quelli che potrebbero ripetere assieme al derviscio che avanza con il suo scodellino di zucca da pellegrino: “La povertà è la mia gloria”. [...]
Alcune vecchie tendono una ciotola di legno: hanno palpebre diafane e croste scure agli angoli della bocca: La pioggia cade, ravvivando i colori dei khalat consunti. Ovunque mi appaiono cadaveri ancora in vita che lottano con più o meno forza… E forse anch’io lo sono, io che sto immobile a guardarli. Tutto dipende dal “più” o dal “meno”. ”