Re-visioni: Il concerto di Radu Mihaileanu
marzo 2nd, 2010 | Published in -> Re-visioni, Cinema, Featured, Headline
Portare il palcoscenico sullo schermo può sortire due reazioni contrapposte : annoiare o affascinare.
Ne “Il concerto” di Radu Mihaileanu (2009) l’armonia tra le suadenti note di Cajkovskij e la vibrante recitazione di Aleksei Guskov e Mélanie Laurent sortiscono sicuramente il secondo effetto.
Andreï Filipov (Aleksei Guskov), famoso direttore d’orchestra del Bolshoi, è costretto a lasciare il podio per essersi rifiutato di licenziare i propri orchestrali, ritenuti sovversivi. Lo ritroviamo trent’anni dopo in veste di addetto alle pulizie nel suo amato teatro. Qui intercetta per un caso fortuito il fax proveniente dal teatro parigino dello Châtelet e subito nasce in lui l’idea di sostituirsi all’orchestra ufficiale.
L’ idea di battere sul tempo la vera orchestra del Bolshoi, seppur avventata, è di certo l’unica da prendere. Riunendo i musicisti scacciati trent’anni prima durante l’esecuzione del concerto per violino e orchestra in RE maggiore op.35 di Cajkovskij, Andreï vuole riscattare il tempo trascorso nell’oblio.
Seguiranno intelligenti macchinazioni per rendere credibile un’orchestra ormai senza più né strumenti né passione, trascinata solamente da un’ideologia.
Il concerto è un’ossessione per Andreï Filipov e un tarlo anche per sua moglie Irina (Anna Kamenkova Pavlova), l’unica che crede ancora che il marito possa tornare a dirigere.
L’esigenza di avere come primo violino Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent), talentuosa giovane musicista francese, sembra essere dettata da qualcosa di profondo e nascosto.
Capricciosa, ma allo stesso tempo umile esecutrice, l’algida Anne-Marie si scopre essere un’orfana che ricerca lo sguardo genitoriale in ogni persona del pubblico che incontra. La vicinanza reverenziale che da subito si percepisce tra lei e Filipov è segno di un legame più profondo, che si rivelerà solo al culmine della loro collaborazione.
Non mancano momenti grotteschi e surreali, a volte anche fastidiosi, e un doppiaggio con inflessione russa (inspiegabile considerata l’ambientazione) che allontanano il film dal mio personale concetto di capolavoro.
Nonostante ciò il finale al Thêatre du Châtelet vale tutto il film: il virtuosismo del primo violino, la sofferta interpretazione dei protagonisti e le suggestive immagini del passato di Andreï evocano una forte carica emotiva.
Nel pianto liberatorio di Anne-Marie ritroviamo tutta la solitudine con cui ha convissuto e da cui riesce finalmente a liberarsi. Nelle lacrime di Irina risiede invece la soddisfazione di poter essere testimone del riscatto cercato per anni.
Ma solo in Andreï riusciamo a immedesimarci, godendo, con lui, del successo a lungo inseguito.
